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Impedire la diaspora degli insegnanti e la svalorizzazione della scuola. Inabissare la legge aprea di Gemma Gentile Napoli, 22/08/2009 - Diaspora degli insegnanti e svuotamento della loro funzione Per distruggere la Scuola è necessario screditare chi ci lavora e le dà vita e impedirgli di svolgere la libera funzione di insegnare come detta la Costituzione. La proposta di legge Aprea conferma tale indirizzo governativo e tenta, tra l'altro, di scippare la didattica a chi la deve gestire pienamente, eliminando il Collegio dei Docenti e conferendo ad un'incompetente Consiglio di Indirizzo (ex Consiglio di Amministrazione della prima stesura dell'articolato) il compito di decidere la programmazione. E così il docente, assunto direttamente dalle scuole e inserito in una trafila gerarchica di livelli di una carriera valutata dal Dirigente, diventa un semplice impiegato subordinato della “Scuola Azienda”, il quale deve solo obbedire ed eseguire, perdendo la libertà di insegnamento che, invece, deve essere garantita dalla Costituzione. Questo è il quadro. Bisogna ora riflettere su quanto sta accadendo nelle scuole e nei territori. Ciò che emerge dalla mobilità 2009/2010 e dai dati riguardanti l'organico è davvero desolante, specialmente al Sud. La distruzione della scuola, una vera e propria diaspora degli insegnanti: un immane numero di precari licenziati dopo anni e anni di insegnamento, una non trascurabile fetta di docenti di ruolo “precarizzati” in quanto in esubero e quindi sradicati dai loro posti di lavoro. Entrando nello specifico delle ripercussioni didattiche e soffermandosi sul primo ciclo, si constata che non c'è solo il più noto disastro che vive la scuola elementare con l'applicazione della legge del cosiddetto “maestro unico”, che punisce un'eccellente scuola, smantellando modulo e tempo pieno e costringendo, con un organico ridotto al lumicino, gli insegnanti a riempire il tempo scuola, gerarchizzati e divisi tra insegnanti “prevalenti” e quelli “tappabuchi”. Infatti, osservando i dati della scuola media, ci rendiamo conto, ad esempio, che una cattedra di Lettere finora era organizzata su due classi, in modo da potere attuare un lavoro didattico armonico e collegato in senso interdisciplinare di Italiano, Storia, Geografia ed Educazione Civica, per di più ampliato con qualche ora di compresenza settimanale con altri colleghi di discipline diverse; ebbene ciò non è più possibile: infatti, la riduzione delle ore decisa dalla Gelmini e l'obbligo di riportare le cattedre a 18 ore settimanali, aggiunto allo sconquasso procurato dal resto dei tagli, costringe nel migliore dei casi a spostarsi su tre classi, con ripercussioni estremamente negative sulla qualità, spezzettando senza alcuna logica didattica ciò che era unitario. Tale unitarietà, tanto più se potenziata da una didattica improntata alla collaborazione interdisciplinare, rendeva più agevole operare nel senso di problematizzare l'apprendimento, di formare alunni in grado di ricercare collegamenti e di acquisire efficaci metodi di studio che permettessero loro di ragionare con la propria testa in modo critico e magari in qualche caso (perché no?) provare qualche gioia nell'apprendimento vero, quello conquistato. Ma è anche questo che si vuole colpire. In una società funzionalizzata totalmente al mercato, la massa della popolazione non deve pensare, ma conoscere solo quei rudimenti necessari per lavori più o meno precari che potrà svolgere. Intanto anche nella media troveremo il prossimo anno docenti “prevalenti” e quelli “tappabuchi”, anche se insegnanti della stessa disciplina. Meno Italiano per la nuova Babele di stampo razzista Mi chiedo se sia un caso che questo governo abbia scelto di colpire proprio l'insegnamento di Italiano, Storia e Geografia nella scuola media, già danneggiato dalle Indicazioni Nazionali, volute dai passati Ministri (sia quelle morattiane che quelle di Fioroni, per intenderci), che hanno bersagliato e reso difficoltoso, se non inefficace, l’apprendimento della Storia e della Geografia nel primo ciclo. C'è un nesso tra il depotenziamento dell'insegnamento dell'Italiano, il cui apprendimento è uno strumento cardine per la comunicazione e per l'acquisizione dei necessari strumenti per decodificare ciò che accade, in altri termini per impadronirsi di capacità critiche, e la proposta ministeriale, per ora sventata dalla sentenza del Tar, di introduzione dell"Inglese potenziato, a cui si è aggiunta recentemente la richiesta dell'introduzione del dialetto nelle scuole e addirittura la prova di conoscenza di questo per l'accesso all'insegnamento da parte della Lega, tra il provocatorio e il faceto? Queste ultime sembrano due proposte concettualmente antitetiche: la seconda sembra prefigurare una società arcaica, un ritorno alla babele dei localismi, l'altra sembra invece delineare come attuale una società globalizzata anche culturalmente e politicamente. Ma lo sono davvero? Non credo. Piuttosto, questo frequente apparente contraddirsi, questi continui fuochi di artificio di pseudo-proposte diverse nascondono un indirizzo costante: la dequalifiquazione della scuola pubblica, la sua privatizzazione e le scelte di risparmio del bilancio del welfare; risparmio a senso unico, vista la scelta indecente e incostituzionale (quindi illegale) di tagliare in modo netto i fondi alle scuola statali e erogarli (aumentandoli) a quelle private, mentre le prime hanno difficoltà a riaprire a settembre. Scardinamento del Sistema Costituzionale L’impoverimento culturale della popolazione facilita il controllo sociale da parte dei governi repressivi, tanto più durante le crisi economiche. Del resto questa linea di tendenza era già evidente da anni ed è possibile trovare le sue origini storiche in numerosi eventi anche tragici, che hanno ostacolato la vita democratica e l'attuazione della Carta Costituzionale. Senza andare troppo indietro, si ritrovano grandi analogie tra il comportamento del governo attuale e quello del connubio Moratti-Berlusconi, quando veniva sperimentata una politica scolastica di stampo autoritario, senza dialogo sociale, mentre si gettavano le scuole nel caos, tagliando fondi e imponendo norme che impoverivano l'insegnamento, mentre a livello generale veniva proposto un cambiamento della Costituzione di stampo anch'esso autoritario ed eversivo (la cosiddetta devolution) che avrebbe gettato il Paese nel caos. (1) Assalto alla Scuola e legge Aprea, svilimento della Repubblica: quali risposte? A sconquassare la Scuola, in un quindicennio, si sono cimentati Berlinguer, Moratti, Fioroni e poi Gelmini, che ci hanno “donato” la riforma dell'Autonomia scolastica e dell'accesso della scuola privata nel settore pubblico, la riforma Moratti e le cosiddette modifiche del cacciavite di Fioroni, le leggi della "banda dei tre", Tremonti-Gelmini-Aprea; l'ultima, la legge Aprea è la più temibile, perché lascerebbe della Scuola della Costituzione solo l'involucro, così come resterebbe la “mera apparenza” degli insegnanti, perché questi sarebbero privati della loro funzione la cui essenza costituzionale risiede nella libertà d'insegnamento. In compenso, potenzialmente la legge Aprea potremmo ancora inabissarla. La situazione è davvero grave. Alcuni segni positivi di collegamenti e di risposte comuni ci sono, ma troppo deboli e non organizzati. I lavoratori della Innse affermano in questa torrida estate che la lotta in prima persona paga. Gli insegnanti questo autunno sapranno dimostrare altrettanta dignità, imparando a difendere la loro funzione costituzionale e il loro lavoro, in difesa delle nuove generazioni e del Paese, senza piegare la schiena ed inchiodando i sindacati alle loro responsabilità? (1) "La scuola morattiana è stata finora una sorta di laboratorio, in cui viene sperimentato il modo di concepire i rapporti tra governanti e governati e tra centro e periferia da parte di questo governo aspirante a farsi regime. |
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