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14/02/2009 Come si fanno le indagini statistiche in Italia di Giovanna Lo Presti Nel nostro paese la mancanza di senso comune sta assumendo le proporzioni di una grave epidemia – di quelle che lasciano il segno, dalle quali si capisce che sarà difficile risollevarsi. Negli ultimi anni il crescendo rossiniano di paradossi ha finito per stordire l’opinione pubblica; dopo il crollo del muro di Berlino e delle ideologie, non si può,adesso, nemmeno rimanere abbarbicati a qualche brandello di buon senso. Tutti i giorni qualcuno ci dimostra che il buon senso non esiste più e che anche alcuni principi fondamentali, come quello di non contraddizione, hanno i giorni contati. I giovani stentano a trovare lavoro? Allora blocchiamo il turn over ed allunghiamo l’età lavorativa. Il sistema pensionistico è in sofferenza? Continuiamo a far gravare sulla previdenza anche la spesa assistenziale, così la sofferenza continuerà – se poi estendiamo il lavoro precario, faremo in modo che molte più persone non siano in grado di versare regolarmente i contributi pensionistici, così, alla fine, la profezia dello sfascio del sistema pensionistico si realizzerà completamente. La scuola italiana è in difficoltà? Tagliamo i fondi per l’istruzione, e andrà subito meglio. Nelle classi è difficile mantenere la disciplina? Aumentiamo il numero di studenti e, d’incanto, staranno tutti zitti e buoni. Proprio sulla scuola mi voglio fermare. Non molto tempo fa, La Stampa riportava la notizia di una indagine effettuata dalla rivista Tecnica della scuola.. Argomento: la valutazione dei docenti. Incipit: non si può non valutare i valutatori. Seguono i risultati dell’inchiesta, che ci annunciano novità sulla vexata quaestio della valutazione dei docenti. Ci si informa che l’indagine “è stata condotta coinvolgendo un campione di 80 scuole, distribuite sull’intero territorio nazionale e operanti in più di 200 sedi (209), frequentate da circa 63mila alunni (63.436), con oltre 7 mila docenti (7.355) e 2mila non docenti (2.064).” Tale (inutile) precisione numerica, a dire il vero, contrasta con la dichiarata “casualità” con cui sono stati scelti gli istituti del campione – ma subito si precisa che quello “non è un campione statistico, tuttavia esso è rappresentativo sul piano nazionale, su quello della distribuzione territoriale e su quello degli indirizzi scolastici”. Bisogna aspettare l’ultimo periodo per capire che le risposte “sono state fornite dai dirigenti o da loro referenti, appositamente delegati. Il punto di vista raccolto, generalmente, non impegna gli istituti coinvolti, ma solo le persone intervistate e la loro capacità di interpretare il dibattito, gli umori e i punti di vista presenti nella propria scuola”. Incredibile! E si ha il barbaro coraggio di presentare questa come una inchiesta “di svolta”! E’ evidente che buona parte dei dirigenti (non tutti, forse) non sperano altro che di poter rafforzare il loro ruolo e che quindi non possono che essere favorevoli alla valutazione dei docenti. Quanto alla capacità del dirigente di entrare in sintonia con gli umori e gli orientamenti del collegio docenti, ci andrei molto cauta – ed in ogni caso, per serietà professionale e pur senza velleità di costruire scientificamente la propria indagine, non si va a chiedere al datore di lavoro se il suo subordinato gradisce essere controllato. Ma il gioco è divertente e qualcun altro ci riprova. Il 7 febbraio sempre su Tecnica della scuola appare un articolo intitolato La mancata riforma della professione? Per un prof su due è colpa dei sindacati. Quale la fonte di questa “notizia”? Una ricerca realizzata per l’Anp (Associazione nazionale presidi) dalla società di studi economici Nomisma. Da tale ricerca si deduce che il “sindacato tradizionale" (sic) “non corrisponde più alle esigenze espresse dal corpo docente e non è in grado di assumere il ruolo che i professionisti oggi richiedono". Sante dichiarazioni di Giorgio Rembado, presidente dell’ANP, che precisa anche che “c'è bisogno di un nuovo modello di rappresentanza, della costruzione per i docenti del `sindacato che non c'è', come sosteniamo da qualche anno". Ma guarda un po’, i dirigenti scolastici sono d’accordo con il sottosegretario all’Istruzione Aprea, che, nella sua proposta di legge attribuisce ai sindacati la colpa della crisi profonda del lavoro docente e imputa alla “regolamentazione pattizia vasta e profonda” (strani questi due aggettivi per un contatto di lavoro) il fatto di aver “inciso anche sull’immagine sociale, sulla percezione di se´ e sugli stessi comportamenti quotidiani dei docenti” (chissà a quali comportamenti quotidiani si allude). E la stessa Aprea ha dato lezione magistrale su come sostenere una tesi precisa attraverso l’uso di dati statistici. Dovendo stabilire la necessità della sussidiarietà (leggi: intervento dei privati nella scuola) si affida ai dati raccolti dalla Fondazione per la sussidiarietà (ma cos’è?) che ha “esplorato” le “percezioni” (cosa vuol dire?) di una serie di soggetti che, per il 56%, si esprimono a favore della sussidiarietà. Et voila! La maggioranza della popolazione italiana vuole la sussidiarietà - se lo ha detto la Fondazione per la sussidiarietà dev’essere proprio così! Non mi stupirei se, nella prossima indagine“scientifica”, i dati sulla vocazione dei topi al suicidio fossero raccolti dal Comitato Internazionale Gatti, che, come tutti sanno, rispetto a questo ambito, rappresenta il massimo dell’imparzialità. |
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