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In Trentino proposta obbligatorie 21 ore di cattedra

Mauro Alario da Orizzonte scuola 30.ottobre.2009

La Giunta trentina di centro sinistra sembra allinearsi ai tagli operati a livello nazionale. In merito all’intenzione, da parte della stessa, di rendere obbligatorie ventuno ore di cattedra, si sta discutendo molto, senza capire bene la natura del problema.

Per prima cosa, non si comprende il vero motivo che ha indotto l’amministrazione a imporre nel secondo ciclo d’istruzione le lezioni di cinquanta minuti anziché di sessanta. Nella delibera n. 2220 dell’11 settembre si dice che le ore di sessanta minuti “risultano caratterizzate da eccessiva rigidità”, ma è probabile che tale bizzarra motivazione nasconda la volontà effettiva di introdurre ventuno ore li lezione frontale.

Tale misura porterebbe a un’inevitabile riduzione di cattedre, con effetti assai negativi soprattutto sul personale precario. L’obbligo di recupero è doveroso, purché adempiuto mediante attività varie, senza aumentare l’orario di lezione del docente in classe. Si può lavorare bene sulla qualità, attraverso ore di potenziamento e quant’altro.

Al momento, la disposizione in oggetto sta provocando qualche debole reazione, i soliti borbottii innocui dei docenti nella confusione sovrana. La scarsa solidarietà che contraddistingue la categoria, da sempre frammentata e propensa a occuparsi del proprio orticello, s’inserisce in un contesto in cui l’azione delle organizzazioni sindacali risulta spesso complice di un potere tronfio e autoritario, costantemente alla ricerca di consenso acritico.

Negli ultimi giorni, qualche sigla sindacale ha manifestato il proprio dissenso nei confronti dell’estensione oraria, per quanto venga da chiedersi fino a che punto le istituzioni preposte alla tutela del lavoratore abbiano a cuore la sorte di centinaia di dipendenti a tempo determinato, dei quali, sembra, non importi un granché.

L’impressione è che, al di là dalle consuete schermaglie verbali, qualche articolo polemico contenuto sui quotidiani locali, alla fine il sindacato, nel suo complesso, condivida sostanzialmente le scelte della Provincia. Così è avvenuto riguardo alle competenze unite ai nuovi piani di studio, vero svuotamento del sapere, come sul regolamento inerente alla valutazione degli alunni, incentivo alla deresponsabilizzazione. L’atteggiamento assunto da tali organizzazioni appare duplice; da un lato esibisce la difesa del lavoratore, mostrando attenzione verso qualità e merito, d’altra parte accoglie proposte e provvedimenti insostenibili. Gli esiti di queste trattative assumono sostanzialmente la forma dell’accordo e dell’acquiescenza, inframmezzate da qualche asprezza da clima familiare.

Sullo sfondo, resta la condizione di tanti docenti precari licenziati a livello nazionale, insieme a una discreta riduzione di cattedre nel territorio locale. L’amministrazione insiste a sostenere come in Trentino la situazione sia migliore, rilevando la bassa percentuale del precariato ( intorno al 10% dell’organico), ma tace sul fatto che, molte scuole, specie di montagna, funzionerebbero con grandi difficoltà se private di questi lavoratori.

Gli effetti nefasti li sperimentano coloro i quali esercitano quotidianamente la propria professione, incontrando disagi e affanni crescenti, l’avvicinarsi di una condizione di miseria e accattonaggio. Le ventuno ore di cattedra, se confermate, espelleranno almeno la metà dei docenti non di ruolo, mentre quelli stabilizzati saranno obbligati a una forzata mobilità. Tutto ciò accade mentre la Provincia stanzia novecentomila euro per i progetti sui gemellaggi.
Ogni parola in più sarebbe superflua.