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4 febbraio 2009 AIUTI DI STATO/ L’intuizione della scuola austriaca di Paolo Annoni In un lungo editoriale apparso ieri su La Repubblica, Soros concludeva la propria analisi cupa sulle cause e sulle responsabilità della crisi affermando che le uniche note positive dell’attuale “tempesta perfetta” erano il poter trarre insegnamento da quanto successo nel ’29 e le teorie di Keynes. Contraddire un autentico guru dei mercati finanziari espone a più di un’accusa di superbia, ma è sicuramente lecito dare voce (senza alcuna pretesa di esaustività e per incentivare all’interessante lettura) all’altra grande scuola di pensiero sulla crisi del ’29 e sui rimedi che sarebbero stati giusti per uscirne. “La grande depressione” di Rothbard rientra certamente in questa categoria. Ci accontentiamo in questa sede di dire che sotto il nome di scuola austriaca rientrano quegli economisti e pensatori che hanno offerto una spiegazione diversa da quella keynesiana sull’origine e sull’evoluzione della crisi del ’29. Il saggio appena citato è una delle opere principali di tale linea di pensiero. Com’è possibile che contemporaneamente e nella maggior parte dei settori industriali ci si trovi in una situazione in cui si producono molti più beni di quelli che servono e ci siano piazzali e bancali pieni di merce invenduta? E se la capacità di un imprenditore risiede principalmente nel fare previsioni corrette sulla domanda futura perché tutti hanno sbagliato clamorosamente in uno stesso momento? Al di là delle sofisticazioni finanziarie e delle colpe dei banchieri queste domande rimangono valide. La risposta di Rothbard è che una politica di bassi tassi di interesse e di credito facile abbiano indotto gli imprenditori a sbagliare le previsioni inducendoli a credere che ci fosse più risparmio e più richiesta di beni capitali di quanto esistesse in realtà. Ci si trova quindi in una situazione in cui una grande quantità di capitale è stata malamente allocata in impianti inutili, beni capitali non più necessari si deprezzano e sostanzialmente non ci sono abbastanza consumatori (perché non c’erano fin dall’inizio) per tutto quello che viene prodotto. Se questa è la spiegazione l’economia deve avere il tempo di digerire e smaltire gli investimenti sbagliati e occorre che le risorse siano collocate più correttamente. Per questo usare soldi per mantenere certi livelli di produzione o tornare al credito facile sono un rimedio ben singolare. Giusto lunedì in una lucidissima analisi il Professor Sapelli sulle pagine de Il Corriere della Sera si domandava: «A chi pensiamo si possano vendere masse così ingenti di auto?», «Dove sono i consumatori?», concludendo poi, allargando l’analisi, che «non è l’ora di sostenere imprese che hanno sbagliato a individuare strategie sostenibili nel medio e lungo periodo». Ovviamente non sfugge a questa analisi la necessità di mettere in atto sostegni sociali indispensabili in questa fase drammatica. La conclusione, dice ancora Sapelli, è però che «solo la distruzione di capitale fisso e la sua ricostruzione su basi più realistiche», su un mercato che cresce molto più lentamente, ci può salvare. Di Keynes hanno parlato già tutti, Rothbard e “La grande depressione” non meritano certo meno attenzioni. |
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