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Gelmini, una riforma dei licei inutile e dannosa

di Carlo Cipiciani (Comicomix)

In un paese ammalato di scarsa competitività, la scuola secondaria superiore è sul banco degli imputati. Ed è una grande ammalata. La riforma varata dal governo sembra soprattutto orientata al taglio delle cattedre. Insomma, a far cassa. Ma c’è anche altro. E non è niente di buono

Si stanno svolgendo gli esami di maturità in quello che dovrebbe essere il penultimo anno scolastico prima del  nuovo ordinamento di Maria Stella Gelmini, varato pochi giorni fa dal Consiglio dei ministri. Giornalettismo ci ha scherzato pure sopra, ma il tema è serio e merita un approfondimento. Tra le analisi di questi giorni, una di particolare interesse è quella di Daniele Checchi su LaVoce.info. Il tema è il deficit di competitività dell’Italia, che sul banco degli imputati ha anche una scuola che non forma cittiadini all’altezza. E tra gli obiettivi di una riforma, come quella della ministro, non può che esserci l’aumento della capacità di apprendimento di tutti gli studenti, formando tutti e selezionando i migliori per la nuova classe dirigente. Soldati e generali da spendere poi nella battaglia della competitività del nostro sistema paese rispetto agli altri.

LA RIFORMA GELMINI – Chiamarla riforma è una parola grossa. Questo riordino si caratterizza per 2 interventi: il primo è la riduzione del numero degli indirizzi per tipologia di scuola, che passano da 10 a 6 per i Licei, da 43 a 11 per gli istituti tecnici, da 31 a 6 per gli istituti professionali. In totale, si passa da 84 indirizzi principali (più una miriade di sotto indirizzi) a 23. Il secondo è la soppressione di molte ore di insegnamento: nei licei saranno 27  a settimana nel biennio (891 ore annue), 31 ore nel triennio (1.023 ore annue). Per gli istituti tecnici e per i professionali l’orario sarà di 32 ore settimanali, 1.056 ore annue. Che i due interventi produrranno dei risparmi di spesa è indubbio. Che il primo sia in parte giusto, perché riordina un quadro schizofrenico a causa delle fantasiose sovrapposizioni di indirizzi istituiti negli anni passati in assenza di riforme organiche, anche. Ma che in questo modo si aggredisca il vero problema della scuola superiore italiana, quello che – a parole – sta a cuore alla nostra Ministro, ovvero un innalzamento del livello di apprendimento degli studenti e una maggiore omogeneità nel territorio di questa qualità dell’apprendimento, è molto dubbio. Anzi, è certamente falso.

LE SOLUZIONI ALL’ESTERO – Scherzando (ma non troppo) abbiamo detto qui che la scelta di ridurre le ore di lezione annue per migliorare l’apprendimento è una soluzione “curiosa”. Ma  effettivamente, la media Ocse per gli studenti di 15 anni varia tra 971 ore annue nei programmi curriculari più tosti e di 890 ore per quelli “facilotti. La riforma Gelmini non è che ci allontana tanto da questi livelli. Ma le analisi internazionali ci spiegano chiaramente dove è che siamo indietro, dov’è che dovremmo intervenire. E non è sulle ore, ma sulla possibilità di comparare gli esiti degli apprendimenti, sulla “competizione” tra le scuole, che non si ottiene semplicemente con l’autonomia scolastica. E soprattutto sulla qualità del corpo insegnante, che si ottiene invogliando i migliori a dedicarsi a tale professione. Quindi incentivandoli con retribuzioni adeguate, selezioni accurate, formazione all’ingresso, aggiornamento professionale, distribuzione delle cattedre e stabilità dell’insegnamento nel tempo. Soprattutto, aumentando il prestigio sociale della professione. Gli indicatori Ocse e le analisi esistenti dicono invece che siamo indietro su tutto. Intervenire solo sul numero di docenti per classe e ridurre gli orari farà felice Tremonti, ma presentarlo come panacea di tutti i mali della scuola non è solo sbagliato. E’ ridicolo.

LA SEPARAZIONE TRA INDIRIZZI – Tralasciando la sciocchezza di un riordino che  parte nel 2010/2011 ma riguarderà anche le seconde classi, costringendo quindi 500 mila ragazzi e ragazze che tra 3 mesi inizieranno la scuola superiore a fare il primo anno con il vecchio sistema per poi passare ad orari, materie ed organizzazione nuovi dal secondo anno, veniamo al vero altro punto dolente del “riordino” Gelmini. La riproposizione della netta separazione tra Licei, istituti tecnici e scuole professionali, di gentiliana memoria, che ha fatto parlare diclassismo. Lasciamo perdere discorsi in “sinistrese” e andiamo sul pratico. Uno dei problemi più gravi della società italiana, secondo analisi bipartisan, è l’assenza di mobilità sociale, la difficoltà di passaggio da una categoria sociale all’altra, rendere “facile” (ai capaci e meritevoli), al figlio dell’operaio o del contadino di finire dottore, ingegnere, architetto. E agli incapaci, viceversa. Lasciamo stare che è stato il sogno di milioni di italiani delle precedenti generazioni. E preoccupiamoci del fatto che questo è il principale motivo per cui il nostro pese è sistematicamente più indietro degli altri nelle classifiche di produttività, innovazione, competitività del sistema, efficienza.

CLASSISMO E  MOBILITA’ SOCIALE – La separazione degli indirizzi risale alla riforma anni ’30 (l’era del fascismo e delle corporazioni) di Giuseppe Gentile. L’impostazione era sbagliata già all’epoca, ma oggi è anacronistica. E non per ragioni “socialiste” ma per ragioni “competitive”. Il progetto di revisione dei tipi di scuola della Gelmini separa nettamente le competenze degli studenti dei licei (acquisizione capacità critiche per poter svolgere in autonomia compiti di responsabilità), degli istituti tecnici (focalizzazione competenze per la rapida applicabilità nel mondo del lavoro) degli istituti professionali (limitazione alla dimensione operativa). Separa addirittura la valutazione e monitoraggio degli apprendimenti, fatta dall’Invalsi per i licei e l’Isfol per gli altri. Il superministro Giulio Tremonti ha dichiararto qualche mese fa, oltre ad alcune cose di buonsenso, che la malattia della scuola italiana è da rintracciare nella pretesa egualitarista introdotta con il 1968,i tempi in cui “anche l’operaio voleva il figlio dottore”. Come se questo non fosse un bene per la società. La ministro Gelmini gli ha fatto eco con lo slogan dei quarant’anni da smantellare, esaltando la scuola che si limita a “insegnare a leggere, scrivere e far di conto e dove si leggono I Promessi sposi”. E basta? E’ chiaro che siamo quindi di fronte ad una strategia precisa, con il sottoprodotto (che non guasta) di un po’ di risparmio.

ISTRUZIONE E COMPETITIVITA’ – Ma è una strategia giusta per la società italiana? Siamo certi che in questo modo risaliremo le classifiche di competitività, produttività, qualità ed efficienza paese? Molti studi (qui si può trovarne uno) e i confronti internazionali dicono il contrario. Dicono che l’eccessiva separazione dei profili di studio degli studenti tenda a peggiorare il loro livello di apprendimento, ad aumentare la loro differenziazione tra gli studenti e ad aumentare  la persistenza intergenerazionale degli effetti dell’ambiente familiare, quella che (per esempio) porta i figli dei laureati a iscriversi ai licei. Quindi a ridurre la mobilità sociale. Guarda caso, nel corso degli anni ’70 nei paesi (Svezia, Finlandia e Gran Bretagna) dovesi avviò la sostituzione degli indirizzi differenziati con un segmento unitario di formazione scolastica a livello secondario, si è incrementata la scolarità media e si sono ridotti i divari di apprendimento. E le società sono più mobili. E i paesi sono più competitivi. Inoltre, il divario nei livelli di apprendimento in Italia non è solo territoriale, ma anche per tipologia di scuola. Riaffermare (anzi, esaltare!) la differenziazione degli indirizzi significa quindi separare alla radice i destini dei ragazzi già a 14 anni. E precludere a buona parte della popolazione la possibilità di essere dei buoni laureati.

COME PREPARARSI AD UN  FUTURO PESSIMO – Siamo sicuri che è così che rafforzeremo il ruolo e il peso dell’Italia nel mondo? O piuttosto non scivoleremo in una specie di medioevo post moderno, in cui i signori sono signori e il popolo guarda e si gratta? Una prospettiva che spaventa, e non per la pretesa di egualitarismo post-68. Ma perché difficilmente si torna competitivi in questo modo. E c’è un’altra domanda, non scontata: ma siamo sicuri che alla maggioranza degli italiani, inclusi molti elettori del Popolo (popolo) della libertà, questa strategia piaccia? Non ci si obietti che vale il voto. Molta gente non è informata, grazie ad una sinistra piagnona e sterile che non fa proposte e parla con vecchi slogan da un lato, difendendo talvolta status quo indifendibili, e grazie ai servi sciocchi del padrone che dicono solo parole come “Non lasceremo indietro nessuno” e altri slogan da fumo negli occhi dall’altro. Una disinformazione che non rende gli italiani consapevoli di cosa stia accadendo. Su questa, come su tante altre vicende. E che fa danni gravi e permanenti non ad alcuni italiani, ma all’intero paese, senza distinzione di destra e sinistra.