da La Repubblica 27 otobre 2008
SORPRESA: PIACE ANCORA LA SCUOLA PUBBLICA
di Ilvo Diamanti
Ciò che sorprende maggiormente, nell’indagine condotta da Demos nei giorni scorsi, è
il grado di consenso per la scuola pubblica: ampio e perfino in crescita rispetto a un
anno fa. Nonostante l’ondata di discredito che - da anni e tanto più in questi tempi -
sta sommergendo le istituzioni scolastiche.
Ma soprattutto quei “maledetti
professori”… Pretendono di insegnare in una società che non sopporta i “maestri” -
figuriamoci i professori.
Nonostante l’ondata di risentimento contro tutto ciò che è
pubblico e statale. Scuola compresa. Perché oggi lo Stato è rivalutato, ma come
barelliere della finanza ammalata; come pronto soccorso del mercato ferito.
Nonostante il conseguente calo dei fondi pubblici, che si ripete da anni, con ogni
governo, di ogni colore.
Perché, per risparmiare, si riducono le spese improduttive.
Come vengono ritenute, evidentemente, quelle sostenute per la scuola, la formazione
e la ricerca.
Nonostante il contributo offerto dal sistema scolastico stesso al proprio
discredito.
Per le resistenze opposte dagli insegnanti ai progetti di riforma volti a
valutarne il rendimento e a premiarne il merito. Per le degenerazioni del reclutamento
universitario, i concorsi pilotati – a favore di amici e parenti fino al terzo grado.
Nonostante le interferenze dei genitori, pronti a chiedere rigore e autorità ai professori.
Pronti a difendere i propri figli contro i professori (lo ammettono 7 italiani su 10).
Nonostante tutto questo, la scuola, i maestri, i professori “del sistema pubblico”
godono ancora di stima e considerazione fra i cittadini. In particolare:
a) il 60% e oltre degli italiani si dice soddisfatto (molto o moltissimo) della scuola
pubblica di ogni ordine e tipo. E, nel caso delle scuole elementari, il gradimento sfiora
il 70% degli intervistati, senza grandi differenze di età, genere, ceto; ma neppure di
orientamento politico.
b) Parallelamente, il 64% dei cittadini manifesta (molta o moltissima) fiducia negli
insegnanti della scuola “pubblica”. Penalizzati, secondo il 40% degli intervistati, da
stipendi troppo bassi.
In entrambi i casi – scuola pubblica e insegnanti – il giudizio appare migliorato rispetto
a un anno fa.
In evidente contrasto con la rappresentazione dominante, al cui centro
campeggiano l’insegnante fannullone e incapace, la scuola inefficiente e sprecona.
Argomenti politici e mediatici di successo, che fra i cittadini non sembrano, tuttavia, attecchire.
La scuola e gli insegnanti godono, al contrario, di buona reputazione. E
non per “ideologia” o per pregiudizio politico. Fra gli intervistati, infatti, appare ampia la
consapevolezza dei problemi che la affliggono. Il distacco nei confronti del mercato
del lavoro, la violenza, l’incapacità di ridurre le diseguaglianze, la preparazione
inadeguata degli insegnanti. Ancora: lo scarso rilievo attribuito al merito, sia per gli
studenti che per i loro insegnanti.
Infine, anzi, in testa a tutto: la penosa penuria di
risorse.
I provvedimenti della ministra Mariastella Gelmini, peraltro, non sono catalogati
attraverso pre-giudizi generalizzati. Vengono, invece, valutati in modo distinto, caso
per caso.
Una larghissima maggioranza degli intervistati si dice favorevole: al ritorno
del voto in condotta, dei grembiulini, degli esami di riparazione. Novità antiche che
piacciono perché propongono soluzioni semplici a problemi complessi. Evocano la
tradizione e la nostalgia per curare i mali odierni. Si rivolgono, in particolare, alla
domanda d’ordine e di autorità, che oggi appare diffusa.
Il giudizio, però, cambia
sensibilmente quando entrano in gioco temi che richiamano l’organizzazione didattica
e il modello educativo.
In primo luogo: il ritorno del “maestro” unico alle elementari. Un
provvedimento che divide gli italiani. Non piace, anzi, a una maggioranza, per quanto
non larghissima. Mentre è nettissimo, plebiscitario il dissenso verso la chiusura degli
istituti con meno di 50 studenti (in un Paese di piccoli paesi, come il nostro, si tratta di
una diffusa reazione di autodifesa). Ma anche verso la scelta di differenziare (per
quanto transitoriamente) le classi per gli studenti stranieri e italiani. Perché, al di là del
merito, il provvedimento sembra dettato da preoccupazioni di consenso più che di
inserimento.
Mentre fra gli italiani, anche i più insicuri, è ampia la convinzione che
famiglia e scuola siano i principali canali di integrazione (e di controllo sociale).
Semmai, appare più ideologica la base del consenso per le politiche del governo, che
ottengono il massimo grado di sostegno fra le persone più lontane dalla scuola, per
esperienza personale e familiare: gli anziani, le famiglie dove non vi sono né studenti
né docenti. Al contrario, le resistenze crescono nelle famiglie dove vi sono insegnanti
o studenti. Ma soprattutto nei confronti dei provvedimenti meno popolari: maestro
unico e classi differenziate per stranieri.
Ciò suggerisce che l’opposizione alle
politiche della scuola, elaborate dalla ministra Gelmini, sia dettata, in buona misura,
dall’esperienza delle famiglie e delle persone.
Da ciò un giudizio complessivamente
negativo nei confronti della riforma, ma anche verso l’azione della ministra.
Rimandate entrambe, non bocciate senza appello. In altri termini: gran parte degli
italiani è d’accordo sulla necessità di riformare la scuola. Tuttavia, alla fine sul giudizio dei cittadini e degli utenti gli aspetti concreti pesano assai più di quelli
simbolici. E il ritorno dei grembiulini e del voto in condotta non giustificano, agli occhi
dei più, il taglio dei finanziamenti, il maestro unico, le classi “dedicate” per gli stranieri.
C’è difficoltà a immaginare la possibilità di curare la scuola amputandone gli organi
vitali. Riducendo ancora risorse ritenute oggi largamente inadeguate. Ciò spiega il
consenso largamente maggioritario a sostegno delle proteste contro la riforma, che da
qualche settimana agitano le scuole e affollano le piazze. Coinvolgendo, insieme,
studenti, professori e genitori.
A differenza del mitico Sessantotto, evocato spesso, a
sproposito, in questi giorni - per “colpa” dell’anniversario (40 anni) e per pigrizia
analitica.
In quel tempo gli studenti contestavano il passato che ingombrava,
pesantemente, la società, la cultura, le istituzioni. Zavorrava le loro aspettative di vita
e di lavoro. Per cui manifestavano e protestavano “contro” la società adulta. “Contro” i
professori e i loro stessi genitori.
Oggi, al contrario, il malessere degli studenti nasce
dal furto del futuro, di cui sono vittime. La loro rivolta “generazionale” incrocia la
protesta “professionale” dei professori e la solidarietà dei genitori, a cui li lega un
rapporto di reciproca dipendenza, divenuto sempre più stretto, negli ultimi anni. Da ciò
un problema rilevante per i giovani, i figli e gli studenti. Magari sconfiggeranno la
Gelmini.
Ma come riusciranno a “liberarsi” davvero con la complicità degli adulti, il
permesso dei genitori, e il consenso dei professori?
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