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da La Voce, 1.11.2008 Se la scuola non ha tempo per le mamme di Alessandra Casarico e Paola Profeta Il tempo pieno è un servizio educativo importante e un punto fermo nell'organizzazione delle famiglie italiane, in particolare quando la mamma lavora. Esiste un legame stretto tra questa modalità d'orario nella scuola dell'infanzia e primaria e l'occupazione femminile. Le donne che escono dal mercato del lavoro per le difficoltà a conciliare vita lavorativa e familiare, difficilmente riescono poi a rientrare. Il tasso di occupazione delle madri italiane è già molto basso. Non abbiamo certo bisogno di politiche che disincentivino ulteriormente il lavoro femminile. Il tempo pieno, nella scuola primaria rappresenta una realtà diffusa per molte famiglie italiane del Nord, in particolare nelle grandi città: secondo i dati del ministero della Pubblica istruzione, nell’anno scolastico 2006/07 nel Nord-Ovest il 45,5 per cento dei bambini delle scuole pubbliche primarie ha frequentato la scuola per quaranta ore settimanali, con punte superiori al 90 per cento per esempio a Milano, nel Sud e Isole solo il 6,8 per cento. INCERTEZZE DA DECRETO L’articolo 4 del decreto legge Gelmini prevede al primo comma l’introduzione nella scuola primaria del maestro unico al quale è assegnata una classe “funzionante con orario di 24 ore settimanali”. L’articolo procede chiarendo che “nei regolamenti si tiene comunque conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola”. Due punti ci sembrano importanti: (i) l’attività didattica è fissata in 24 ore settimanali; (ii) si lascia aperta la possibilità di un prolungamento dell’orario scolastico identificato come “articolazione del tempo-scuola”. Si intende con questo il tempo pieno, oppure attività non didattiche svolte a scuola in aggiunta a quelle obbligatorie? A chi saranno affidate? Quali le risorse per finanziare l’orario, a questo punto, aggiuntivo? Le famiglie italiane meritano maggiore chiarezza in proposito. La lettura del piano programmatico predisposto con riferimento all’articolo 64 “Disposizioni in materia di organizzazione scolastica” del decreto legge 25/6/2008 n. 112 convertito dalla legge 6/8/2008 n. 133 non aiuta a capire fino in fondo che cosa succederà all’orario nella scuola primaria. E in più aggiunge dubbi sui tempi della scuola dell’infanzia. Il piano programmatico si propone di rivedere i piani di studio e l’orario scolastico all’insegna dell’“essenzialità”. Uno dei criteri e principi guida è “la sostenibilità per gli studenti del carico orario e della dimensione quantitativa dei piani di studio, opportunamente riducendo l’eccessiva espansione degli insegnamenti e gli assetti orari dilatati, che si traducono in un impegno dispersivo e poco produttivo (…)”. In altri termini, il piano sottolinea con una certa insistenza la necessità di riorganizzare gli orari scolastici: orario di 24 ore settimanali e maestro unico (che insegnerebbe anche l’inglese, previo corso di 150 ore) sono fortemente proposti come il modello didattico ed educativo di maggiore efficacia. Come interpretare allora le più recenti rassicurazioni verbali del governo circa il mantenimento dello stesso orario attuale, che potrebbe addirittura essere esteso dove non c’è? Forse è una risposta politica alle preoccupazioni di tante famiglie - e di tanti elettori ? Nel contesto dell’autonomia scolastica, il piano programmatico ammette opzioni organizzative alternative di 27 o 30 ore o 40 se aggiungiamo le ore mensa, ma la loro fattibilità resta vincolata alle risorse a disposizione delle scuole stesse, su cui a priori non c’è nessuna garanzia. Se le garanzie fornite a parole si tradurranno in risorse effettive, bene. Per il momento però è evidente lo scollamento tra ciò che è scritto nel decreto e come il governo lo presenta. Circola per esempio l’idea che i docenti che risulterebbero in esubero in seguito all’attribuzione delle classi a un unico maestro saranno riallocati nell’orario aggiuntivo. Ma questo meccanismo non compare nei documenti ufficiali. Ricordiamoci comunque che non è solo una questione di orario. Conta anche il contenuto. Il tempo pieno deve rappresentare un servizio educativo di qualità e non un “dopo-scuola”. USCITA SENZA RITORNO In Italia non abbiamo certo bisogno di politiche che disincentivino il lavoro femminile delle madri. Come illustra il grafico per la coorte di età tra i 25 e i 49 anni, il tasso di occupazione delle madri italiane è inferiore al tasso di occupazione femminile di tutta la coorte. Il divario inoltre è più ampio all’aumentare del numero di figli. Il fenomeno si verifica anche negli altri paesi europei, ma una peculiarità tutta italiana è il fatto che il tasso di occupazione delle madri non si riavvicini a quello femminile dell’intera coorte, peraltro in Italia ai livelli più bassi tra i paesi europei, all’aumentare dell’età del bambino. Questo suggerisce che sia molto più difficile per le madri italiane rientrare al lavoro dopo la maternità. Perché? La struttura del mercato del lavoro, la cultura della società e delle imprese giocano un ruolo importante. Ma anche le istituzioni hanno la loro responsabilità, la carenza di servizi per la prima infanzia in primo luogo: in Italia la spesa per l’infanzia per la fascia di età tra 0 e 3 anni è pari solo allo 0,1 per cento del Pil, contro lo 0,5 per cento della Francia e lo 0,8 per cento della Svezia, con tassi di copertura pari al 6,3 per cento dei bambini, contro il 28 per cento della Francia e il 39,5 per cento della Svezia. Il tempo pieno per tutti nella scuola pubblica materna e primaria è, in questo contesto, una delle poche misure istituzionali a favore delle mamme lavoratrici. Dovrebbe essere potenziato, in particolare al Sud, invece che ridotto, se non vogliamo contribuire alla riduzione dei tassi di occupazione femminile, in particolare delle madri, già così bassi.
Fonte dati: UNECE Statistical Division Database |
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